“Sì, però ci possono essere delle eccezioni.”

“Allora perché quando l’ho chiesta io un’eccezione non esisteva?”

Non rispose davvero.

Disse soltanto:

“Ne riparliamo quando ti sarai calmata.”

A quel punto capii tutto.

“Va bene. Allora glielo dico con molta calma: se lei potrà lavorare dalla sede vicino a casa sua mentre io devo continuare a vivere qui perché per me non esistono eccezioni, mi dimetto.”

Uscii dall’ufficio e quella sera, nel mio costosissimo bilocale milanese, iniziai a mandare curriculum.

Successivamente il mio responsabile richiamò la candidata e le comunicò che la presenza stabile a Milano era effettivamente necessaria.

Lei ritirò la candidatura.

Lui, a quel punto, decise di non assumere nessuno e iniziò a raccontare che ero io a rendere difficile trovare una persona per quella posizione a causa delle mie “scenate durante i colloqui”.

Le mie “scenate”, al plurale, erano state una domanda fatta durante un singolo colloquio.

Mi dimisi comunque qualche mese dopo.

L’ultimo venerdì tornai a casa con la stessa valigia che avevo trascinato avanti e indietro per mesi. Solo che quella volta, la domenica sera, non dovetti ripartire.

Ed è stato allora che ho capito la cosa che mi aveva fatto più male di tutta quella storia.

Non erano stati i cinquecento chilometri, l’affitto assurdo, i treni del venerdì sera o le domeniche passate a salutare tutti.

Era scoprire che tutti quei sacrifici erano stati indispensabili soltanto finché a farli ero io.