Lo guardo.
Con calma.
Con quella stanchezza lucida di chi ha già fatto questa conversazione troppe volte.

E glielo dico piano, con tutta la diplomazia che mi resta a quest’ora:

“Mi scusi… ma se li rifaccio identici a quelli sbagliati…
tornerà a lamentarsi con la stessa convinzione?”

Pausa.

Silenzio.
Lunedì che pesa.

Mi guarda.
Poi guarda gli occhiali.
Li gira tra le dita, come se per la prima volta sospettasse qualcosa.

Sospira.

“Vabbè, dai. Faccia come dice lei.”

Poi alza un dito, serio:

“Ma me li fa simili esteticamente, eh?
Sennò non mi riconoscono.”

Annuisco.

Perché alla fine non chiedeva di vedere meglio.
Chiedeva solo di restare se stesso.