Uno per occhio.
Praticamente sta leggendo il mondo in un dialetto tutto suo.

Gli chiedo le lettere.
Lui le dice.
Ma non sono quelle.

Riprovo.
Cambio lente.
Rimettiamo a fuoco.

Niente.
Continua a leggere una realtà parallela.

Glielo dico con tatto.
Il massimo tatto disponibile a quell’ora.

“Guardi… in realtà la correzione che sta usando non è corretta.”

Lui mi guarda serio, come se avessi appena insultato un suo parente.

“No no, impossibile. Io ci vedo benissimo.
È il macchinario che ha qualcosa.”

Il macchinario.
Sempre lui.

Riproviamo.
Stesso risultato.
Numeri che non si muovono di un millimetro.

Lui scuote la testa.
Dice che gli occhiali sono perfetti.
Che “lo sa sua moglie, lo sanno tutti.”

Come se la vista fosse una votazione di condominio.

A un certo punto sbotta:

“Guardi, mi faccia lo stesso identico paio.
Perché io so cosa mi serve.
Se poi ci vedo male, torno.”

E lì mi fermo.