“Grazie. Ma lei è già lontano dall’aeroporto?”
“Non troppo. Mi sono fermato in un supermercato qui vicino e tra poco devo tornare a Orio al Serio per la corsa successiva. Quando ripasso, glielo porto davanti alla zona dove l’ho lasciata. Può aspettarmi lì?”
Avrei aspettato anche in mezzo alla pista.
Una ventina di minuti dopo vidi arrivare la navetta. L’autista scese e, invece di porgermi semplicemente il portafoglio, mi consegnò una busta del supermercato. Guardai dentro: il portafoglio era lì, intatto, ma accanto c’era anche una confezione di biscotti.
“Questi non sono miei.”
“Lo so. Ho pensato che fosse già abbastanza agitata, soprattutto perchè è in dolce attesa e lontana da casa. Magari durante il viaggio le fanno comodo.”
Non seppi neppure cosa rispondere. Continuai a ringraziarlo mentre lui minimizzava, come se tornare in aeroporto con i miei documenti e comprare qualcosa per tranquillizzarmi fosse la cosa più normale del mondo. Non ha voluto un centesimo, neanche il costo dei biscotti.
Riuscii a fare il check-in e arrivai al gate in tempo per il volo verso Cagliari (per miracolo). Prima di partire scrissi alla compagnia raccontando tutto e chiedendo che il mio ringraziamento arrivasse anche ai responsabili e poi ho fatto una recensione al servizio.
Il portafoglio mi permise di prendere l’aereo.
I biscotti, invece, arrivarono fino in Sardegna: mia madre li mise in tavola la mattina successiva e volle sapere almeno tre volte chi fosse quell’autista.
Lo ringrazio anche qui e lo ringrazia anche il mio Edoardo, nato pochi mesi dopo.

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