Eravamo in un ristorante immerso nel verde, con aree giochi, un campo da beach volley e abbastanza spazio per organizzare una partita di calcio vera.

Ovviamente i bambini dei genitori più distratti avevano scelto di giocare a un metro dalla sala da pranzo, piena zeppa di ospiti.

Un cameriere si avvicina più volte ai tavoli dei genitori, chiedendo gentilmente di spostare i bambini più in là, visto lo spazio disponibile.

Nessuno si muove, nessuno richiama i figli.

A un certo punto, uno dei bambini sfodera un calcio che avrebbe fatto invidia a un centravanti di serie A. Potente, sì, ma completamente fuori mira. O forse no, se l’obiettivo non era la porta immaginaria ma la faccia di un commensale seduto a pochi passi.

Il pallone lo prende in pieno viso. Si sente il colpo, secco, e per un istante l’intero ristorante smette di respirare. Dal solito brusio si passa al silenzio totale, tutti fermi con la forchetta a mezz’aria.

Il commensale colpito non sa nemmeno come reagire. Ci pensa il cameriere, che rimprovera il bambino spiegandogli che lì dentro non si gioca, che fuori c’è tutto lo spazio del mondo per farlo.