Ero ancora stagista quando ho imparato che in un supermercato, quando si è in due, la cassiera non sta mai davvero ferma in cassa. Gira, sistema, controlla, e in quel turno la cassiera ero io.

Arriva un cliente con il carrello pieno, comincia a mettere la spesa sul nastro, e io faccio quello che faccio sempre: lascio caricare un po’ di roba e poi comincio pian piano a far scorrere il nastro.

Lui, appena vede muoversi qualcosa, alza una mano.

“Scusi, fermi tutto, glielo dico io quando far partire il nastro.”

Resto un attimo perplessa, mi fermo, provo a capire il senso della richiesta mentre lui continua imperturbabile a caricare. Dopo un po’ mi dà il via libera.

“Ecco, faccia andare un pochino avanti il nastro… ecco, così va bene grazie.”

Io, sorriso professionale ben incollato in faccia, rispondo:

“Prego, si figuri.”

Dentro, però, l’espressione era ben diversa.

Passano una decina di minuti, lui sistema la merce con una precisione quasi militare, poi finalmente mi dà l’ok per iniziare a battere.

Parto come un razzo, perché intanto dietro di lui si sta formando la coda, ma vengo bloccata subito.

“Signorina, vada pure piano, perché poi non ci capisco più un cazzo, non serve andare veloce!”

Rallento, sempre più basita, e vado al suo ritmo. Poco dopo mi chiede di fermarmi di nuovo, questa volta per aprire la borsa con tutta calma. Quando è pronto, il segnale arriva puntuale.

 

“Ok, parta pure.”