Passa un po’ di tempo.

Torna.

“Ma secondo te per mio marito quale modello sarebbe meglio?”

“Dovrei sapere che lavoro fa e, soprattutto, dovrei vedere i modelli che abbiamo disponibili.”

“Fa un po’ di tutto.”

Informazione utilissima.

Continuo l’aperitivo.

Lei torna ancora.

E ancora.

Quella che era cominciata verso le 18 come una domanda veloce sui pantaloni diventa una specie di assistenza clienti itinerante tra un sorso di birra e una conversazione con i miei amici.

Alle 22 arriva l’ennesima domanda.

E lì qualcosa dentro di me cede.

“ADESSO MI HAI PROPRIO ROTTO IL C***O! Sono quattro ore che sto cercando di fare un aperitivo. Se vuoi sapere tutto sui pantaloni, vieni in negozio quando sto lavorando!”

Prendo la birra, la appoggio sul tavolo decisamente più forte del necessario e me ne vado.

Non è stato il mio momento più professionale.

Ma tecnicamente, in quel momento, professionale non dovevo esserlo.

Due giorni dopo vengo chiamata in ufficio.

La cliente aveva telefonato al direttore per lamentarsi del mio comportamento.

Secondo la sua versione, mi aveva fatto “una domanda” e io avevo reagito inspiegabilmente insultandola.

Una domanda.

Sì.

Solo che tra quella domanda e il mio sclero erano passate circa quattro ore.

La prossima volta, quando esco dal lavoro, oltre a timbrare il cartellino credo che cambierò anche identità.