Era una mattina tranquillissima, una di quelle in cui riesci perfino a sistemare gli scaffali senza essere interrotta ogni trenta secondi.
A un certo punto entra un signore sulla sessantina e si avvicina al banco.
Prima ancora di chiedere quello che gli serve, mi domanda dove sia il collega che di solito lavora con me.
“Quello alto, con la barba.”
Gli spiego che è in ferie.
Lui sospira.
“Peccato. Lui sì che sapeva lavorare.”
All’inizio penso stia scherzando. Poi però continua.
Mi spiega che non è una questione personale, ci mancherebbe, ma che per certe cose gli uomini sarebbero semplicemente più portati. Le questioni tecniche, quelle pratiche. Le donne possono anche impegnarsi, certo, però non sarebbe la stessa cosa.
Dietro di lui una cliente in attesa alza già un sopracciglio.
Io invece lo lascio parlare.
Più va avanti, più sembra convinto di stare esponendo una teoria perfettamente ragionevole.
Secondo lui le donne sarebbero più adatte ad altro.
“L’accoglienza, il sorriso, la gentilezza…”
Annuisco.
“Certo.”
Ormai si sentiva completamente al sicuro.
Alla fine conclude il discorso con aria soddisfatta:
“Insomma, ognuno ha il suo ruolo.”
A quel punto gli faccio una sola domanda.
“Lei che lavoro faceva?”
“Muratore.”
“Capisco.”
Faccio una breve pausa.
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