Cerco di spiegare, con parole semplici e frasi brevi, che i treni seguono un orario preciso, che non possono essere fermati perché un passeggero non è arrivato in stazione e che il capotreno, purtroppo per lei, non fa l’appello prima della partenza.

Lei scuote la testa, indignata:
— “Assurdo. È una vergogna. Io ho pagato.”

Le faccio notare che sì, ha pagato… per un treno di due ore prima.
Silenzio. Poi:

— “Quindi adesso cosa fate per rimediare?”

Le spiego che, essendo un no-show, il biglietto non è rimborsabile, ma che posso provare a vedere se c’è disponibilità su un altro treno, eventualmente con una differenza da pagare.

A quel punto esplode:
— “Inaccettabile. Scriverò una mail. Farò un reclamo. Non finirà qui.”

Annuisco di nuovo, con la serenità di chi sa che finirà esattamente lì.

Alla fine se ne va sbuffando, trascinando il valigione e borbottando qualcosa sulla mancanza di professionalità del personale ferroviario italiano. Il cagnolino mi lancia un ultimo sguardo, come per chiedermi scusa.

Ore 17:07.
Il prossimo cliente si avvicina e mi sorride:
— “Scusi, che ore sono?”

Respiro.
Un’altra giornata normale in biglietteria. 🚆