Ore 17:00.

Lavoro in una biglietteria di un importantissimo snodo ferroviario italiano.
Ora di punta, gente ovunque, bambini che piangono, valigie che sembrano avere vita propria e l’altoparlante che annuncia ritardi con la delicatezza di una condanna.

A un certo punto si avvicina lei.
Signora tutta in tiro, occhiali enormi, cappotto elegante nonostante la stagione, valigione a seguito e cagnolino infilato in borsa come un accessorio firmato. Si pianta davanti allo sportello con aria spocchiosa e, senza nemmeno salutare, dichiara:

— “Sono stata truffata.”

Le chiedo gentilmente di spiegarmi cosa sia successo, cercando di mantenere il tono calmo di chi sa già che la situazione degenererà a breve, e le dico che, se possibile, avremmo potuto valutare una riprotezione sul prossimo treno utile.

La signora, visibilmente seccata dal fatto che io osi farle una domanda, mi spiega che doveva prendere un treno per Milano.
— “Devo andare lì, c’è la fashion week.”
Informazione fondamentale, evidentemente.

Il problema, a suo dire, è che il treno non c’era.