Respiro profondo. Sorrido. Cerco di essere pratica:
«Signora, può prendere un attimo il bambino in braccio, far passare il carrello sotto alle frange e poi rimetterlo dentro. Ci vuole un secondo.»

Silenzio.
Mi guarda. E mi fulmina con lo sguardo.
L’espressione è la stessa che avresti se qualcuno ti proponesse di scalare l’Everest a piedi nudi, portandoti pure il frigorifero in spalla.
Occhi spalancati, bocca semiaperta. Una frazione di secondo troppo lunga.

Poi, con gesto eroico, prende il bambino (dodici chili abbondanti di pazienza e biscotti Plasmon), lo solleva con un sospiro melodrammatico e spinge avanti il carrello, come se stesse salvando l’umanità intera da un’apocalisse di frange metalliche.

Io, che la vedo arrancare, mi avvicino e le offro gentilmente una mano:
«Vuole che l’aiuti?»

Risposta secca, con la dignità ferita di un generale in ritirata:
«No grazie. Faccio da sola. Fosse la prima volta che entro in un supermercato!»