Ingresso del supermercato, ore 9:20.
Io sono di turno all’accoglienza, quella zona “neutra” dove tutto sembra tranquillo, ma in realtà è l’inizio della giungla.
Da una parte il girello dove passano i clienti a piedi, dall’altra le classiche frange di metallo per i carrelli. Tutto normale. È così da sempre. È così ovunque. È il sistema universale, tipo semafori e gelati divisi per gusto.

Entra lei.
Signora elegante, scarpe col tacco basso ma rumorose, borsetta infilata nel gomito, occhiali da sole in testa (nonostante fuori ci sia la tipica atmosfera da “novembre russo”), e un nipotino seduto dentro al carrello come se fosse su un trono di ferro.

Si ferma davanti all’ingresso. Non un passo avanti.
Osserva il varco come se avesse davanti il labirinto di Minosse.
Poi gira la testa verso di me e, con tono già indignato, esplode:

«Ma io adesso… come faccio? Non ci passo.»