All’epoca mia moglie era incinta di nove mesi pieni.
Non quei “quasi nove” che si dicono per vantarsi, no: nove precisi, certificati, con tanto di calendario appeso al frigo e un cerchietto rosso sul giorno X.

Era quel tipo di pancione che, quando entri in un supermercato, anche i carrelli si spostano da soli per lasciarti passare.
Le porte automatiche si aprivano prima del tempo.
Persino i bambini, vedendola, le sorridevano con rispetto misto a terrore, come se potesse partorire in corsia da un momento all’altro.

Quel giorno decidiamo di fare la spesa grossa: acqua, detersivi, frutta, carta igienica — tutto quello che serve per sopravvivere almeno un paio di settimane dopo la nascita.
Insomma, un carrello che pesava più del mio senso del dovere.

Arriviamo alle casse e, tra le varie, ne spicca una con il cartello:

“Cassa prioritaria – massimo 10 pezzi, disabili e donne in gravidanza.”

Perfetto.
Finalmente una buona notizia.
Ci mettiamo in fila.
Io spingo il carrello, lei accanto a me, e sento già le occhiatacce dei presenti: quelle che non parlano, ma dicono tutto.
“Dieci pezzi? Ma dove li vedono, dieci? Quelli hanno dieci casse d’acqua solo lì davanti!”