Entro in questo piccolissimo negozio di abiti per cerimonie, uno di quelli che se ci entri in due devi girarti di lato per passare, e dove le grucce sembrano più numerose dell’aria.
Il profumo di tessuto nuovo e di stiratura fresca si mescola a una leggera musica di sottofondo, il tipo di melodia che non disturba ma accompagna la rassegnazione di chi sta per provare l’ennesimo vestito.

Sono già sconsolata: ne ho girati almeno trenta, forse di più.
Ho provato di tutto — e quando dico “di tutto” intendo anche abiti talmente eccentrici che al Carnevale di Rio avrebbero chiesto il numero della stilista.
Ogni volta la stessa scena: specchio, sorriso tirato, commessa che dice “le sta benissimo!”, io che penso “mi travesto da lampadario, più che da testimone”.

Respiro.
Mi avvicino alla commessa, una donna dall’aria tranquilla, con le mani intrecciate davanti al grembiule, e le dico con la gentilezza rassegnata di chi ormai ha perso le speranze:
— «Devo fare da testimone. Vorrei un abito il più semplice e liscio possibile. Monocolore, non colori pastello, lo preferirei scuro. Lunghezza… più o meno vicino al ginocchio.»