Primi anni 2000. Io, giovane adolescente senza una lira, con più tempo libero che prospettive, decido che fare lo scrutatore ai seggi è un’idea geniale: una giornata lunga e noiosa, sì, ma a fine serata qualche banconota stropicciata in tasca e la sensazione di essere un cittadino modello.
Il seggio è quello classico: aula di scuola elementare, banchi spostati, odore di polvere e di caffè freddo, manifesti scoloriti attaccati con lo scotch. Il presidente di seggio è un ex professore in pensione che prende tutto maledettamente sul serio, la segretaria scrive come se stesse redigendo un atto notarile e io, con la mia pettorina troppo grande, mi sento improvvisamente investito di una responsabilità enorme: la democrazia passa anche da me.
La giornata scorre lenta. La mattina passano soprattutto anziani che sanno perfettamente dove firmare, dove piegare la scheda, dove infilare la matita copiativa. Ogni tanto qualcuno chiede:
“Devo fare una croce sola, vero?”
e noi, in coro:
“Sì, una sola.”
Arriva il pomeriggio, poi la sera. Alle 21 meno qualcosa siamo tutti un po’ stanchi, con gli occhi quadrati e la testa che rimbomba per le stesse frasi ripetute cento volte.
Ed è lì che entra la coppia.
Lui e lei, sui sessant’anni abbondanti, mano nella mano, sorridenti, con l’aria di chi sta facendo una passeggiata dopo cena. Lei tiene la scheda già in mano, piegata con cura. Io la prendo, do un’occhiata veloce al nome, poi abbasso lo sguardo sul registro.
Niente.
Commenti recenti