Alle Poste.

Premetto: sono un ligure anomalo. Di quelli che salutano, sorridono, fanno due parole anche con chi non conoscono. Una specie di eresia ambulante. Vivo da anni in un paesino ligure, ma non è il mio paesino ligure. Il mio sta parecchio più in là, abbastanza lontano da rendermi, agli occhi della popolazione locale, un “foresto”.
E poco importa che io sia ligure, che conosca benissimo il non detto, i silenzi pesanti, i mezzi sguardi e il codice d’onore non scritto dei paesini. Arrivo dal mondo esterno. E come tale devo pagare.

La cosa, devo dirlo, mi diverte parecchio. Saluto tutti con un bel sorriso aperto e ricevere in cambio sguardi sospettosi, mugugni e cenni di testa a metà è un piccolo piacere quotidiano. È come andare allo zoo, ma sei tu quello dietro il vetro.

So benissimo che, uno a uno, conoscendo le persone, si scoprirebbero anime d’oro: gente sincera, concreta, che se un giorno hai bisogno ti aiuta senza fare domande. Ma il modus vivendi è questo, e io, tra lavoro, impegni e passioni, non ho né tempo né voglia di affrontare il lento rituale di accettazione sociale che richiede almeno due generazioni.
Risultato: esilio sociale permanente.

Che, a dirla tutta, non è nemmeno così male. Lavoro come commesso di supermercato, passo le giornate immerso nella folla, nel rumore, nelle chiacchiere non richieste. La solitudine, ogni tanto, è ossigeno. È sopravvivenza.