Il salumiere, nel frattempo, aveva preso in mano il pezzo di prosciutto cotto con la concentrazione di un chirurgo. Lo guardava, lo rigirava, lo valutava. Sembrava stesse per interrogare il prosciutto stesso: “Secondo te, sei più da affettatrice o da coltello oggi?”

“Io gliela faccio così, poi sua moglie lo sistema per gli spiedini”, disse infine, con la sicurezza di chi ha preso una decisione definitiva… che però non risolve niente.

“Sì, perfetto… tanto è per gli spiedini”, risposi, ormai rassegnato a essere un personaggio secondario nella storia degli spiedini di mia moglie.

Partì l’affettatrice. Il classico rumore ipnotico: zzzzzz-tac, zzzzzz-tac. Una fetta. Due. Tre. Poi si fermò.

“Forse è meglio un po’ più spessa”, disse, senza guardarmi, già perso in una nuova fase del suo viaggio interiore.

“Guardi, davvero, va bene così…”

“No no, perché per gli spiedini…”
(si fermò, mi guardò)
“…serve una certa consistenza.”

Annuii. Non sapevo più se stessimo parlando di prosciutto o della vita.