Mancavano circa 10 minuti alla chiusura e io stavo allineando i detersivi per i piatti con quella precisione maniacale che mi prende solo quando sono stanco e voglio convincermi di avere ancora il controllo sulla mia vita.

Il negozio chiude alle 20:00, quindi ormai pensavo di essere al sicuro. Poi, dal fondo della corsia, vedo un uomo sulla trentina che mi individua e comincia a venire nella mia direzione.

Marcato accento dell’Est europeo, vestito molto bene, modi distinti, sorriso gentile. Mi punta con lo sguardo e penso:

“Questa domanda illuminerà l’ennesima giornata di merda.”

Arriva davanti a me, aspetta persino che finisca di sistemare una confezione e poi domanda:

“Scusi, cortesemente sa se vendete questo prodotto?”

Accende lo schermo dello smartphone e mi mostra una fotografia.

Nella foto c’è un oggetto non identificato, tondo, piatto, con un buco al centro e apparentemente di plastica bianca. Per intenderci, sembrava uno di quei piattini su cui si appoggia la saponetta, ma con un foro nel mezzo. Oppure un pezzo avanzato dopo aver montato male qualcosa.

Ingrandisco l’immagine, la giro, la riguardo. Niente.

“Mi saprebbe dire che cos’è?”

Lui abbassa lo sguardo sul telefono.

“Non lo so.”

“Come non lo sa?”

“L’ho trovato a casa e ci ho spento la sigaretta mentre ero strafatto pensando non colasse e invece…”

Fa scorrere il dito sulla fotografia e ingrandisce un angolo. A quel punto noto una chiazza nera con il bordo sciolto.

“Solo che la casa non è mia, ora devo ricomprarlo e non so cosa sia.”

Lo dice con la stessa eleganza con cui un ambasciatore potrebbe comunicare l’inizio di una crisi internazionale.

Gli chiedo almeno in quale stanza l’abbia trovato.

“Credo bagno. Oppure vicino cucina. Ieri sera non ero molto preciso.”

Questa informazione restringeva il campo a circa metà dell’abitazione.

Chiamo un collega e gli mostro la foto senza anticipargli nulla.