Appena usciti dall’aeroporto, però, il trolley ha deciso di andarsene per conto suo.
Una ruota — quella anteriore destra, se può essere utile — ha preso vita propria.
Non si è staccata.
Non ha fatto rumore.
Ha semplicemente iniziato a girare verso destra in modo autonomo, con una convinzione che non lasciava spazio al dialogo.
Io lo tenevo per il manico, ma lui… seguiva un suo cammino.
Un po’ come certi mariti che annuiscono e poi fanno comunque di testa loro.
Abbiamo attraversato metà terminal facendo zig-zag come due ubriachi al mattino presto.
Io cercavo di mantenere una certa dignità, ma il trolley puntava deciso verso zone che non avevo alcuna intenzione di visitare.
Una signora ha pensato stessi ballando una specie di danza folk.
Un bambino ha provato a imitarmi.
Un tassista mi ha detto sorridendo:
«Ah, italiano: design creativo.»
A quel punto ho sorriso anch’io, perché ormai era chiaro che opporsi avrebbe solo peggiorato la situazione.
Alla fine mia figlia ha preso il controllo e lo ha trascinato come si fa con un gatto testardo che non vuole rientrare in casa.
Il trolley si è lasciato fare, offeso ma dignitoso.
Durante il resto del viaggio ha continuato a manifestare questa tendenza alla deviazione laterale, soprattutto in presenza di superfici lisce o testimoni.
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