Lavoro in un piccolo negozio di abbigliamento da donna e ho un difetto professionale: se una cliente mi domanda sinceramente come le sta qualcosa, io rispondo sinceramente.
Non dico mai “le sta male” e non commento il fisico di nessuno. Propongo una taglia diversa, un altro taglio o un colore che valorizzi maggiormente. Di solito le clienti lo apprezzano, anche perché un vestito comprato controvoglia torna indietro dopo 2 giorni con ancora le pieghe della gruccia.
Una signora sui 60 anni è uscita dal camerino con un abito color carne molto aderente. Lo ha osservato allo specchio, si è girata di lato e mi ha chiesto:
“Allora? Dimmi la verità.”
La verità, già da come lo aveva detto, sembrava avere condizioni contrattuali che non mi erano state comunicate.
“Il modello fascia parecchio. Proverei una taglia in più, così cade meglio.”
“Mi stai dicendo che sono grassa?”
“No, assolutamente. È proprio il tessuto: aderisce molto anche sulle persone magre.”
Per rassicurarla le ho spiegato che una mia collega, magrissima, aveva provato lo stesso modello e non si era trovata bene.
“Io non sono grassa. Sono soltanto gonfia perché non vado in bagno da 4 giorni.”
A quel punto avrei voluto tornare indietro nel tempo e rispondere semplicemente “divina”. Invece ho annuito con la professionalità di una persona appena nominata responsabile del reparto intestinale.
“Capisco. In ogni caso possiamo provare la taglia successiva.”
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