Lei interviene:

«Sì, io invece ho un portatile che ha pochi mesi e mi va benissimo. Quindi magari anche per lui prendiamo uno portatile, no?»

E lo guarda.

Non uno sguardo qualsiasi. Uno sguardo da complicità lunga una vita… anche se poi scoprirò che non è proprio “una vita”.

Lui annuisce convinto.

«Sì sì, meglio, che è più comodo.»

Poi lei si avvicina un po’ al banco e, con tono quasi confidenziale:

«Sa, io e lui siamo fidanzati! Ma lui vive a casa sua e io a casa mia, perché ci piace così.»

Io sorrido.

«Ma se lui vuole giocare quando non è da me, è giusto che ne abbia uno anche lui, no? Cosa dice?»

E mi guarda come se stessi per dare un parere notarile sulla loro relazione.

«Vuoi che no?»

E lì ho capito tutto.

Non stavamo scegliendo un computer.
Stavamo scegliendo un pezzo di autonomia.
Un modo per dirsi: “Ti voglio bene, ma ognuno a casa sua… e ognuno col suo solitario.”

Ottantacinque anni lui.
Ottantadue lei.

Parlavano di Windows 95 come fosse uscito ieri.
Parlavano di portatili come fosse una conquista moderna.
Parlavano del loro fidanzamento con l’entusiasmo di due ventenni.

E mentre io spiegavo che il nuovo computer “si accende con un tasto solo” e “i giochi sono già dentro”, loro si guardavano come se stessi consegnando le chiavi di un futuro.