Lo faccio sedere, gli metto davanti il classico tabellone con le lettere, quello che tutti pensano di conoscere finché non devono leggerlo davvero.
— “Mi legga la riga più in basso che riesce a vedere.”
Lui si irrigidisce.
Strizza gli occhi.
Inclina la testa di lato.
Si sporge in avanti di cinque centimetri, come se fosse consentito.
— “…Ehm… B… X… M… o forse N?”
Io guardo il tabellone. Poi lui.
— “Signore… quella è una riga di numeri.”
— “Ah.”
Silenzio.
Quel “ah” è il primo crack nell’autostima.
— “Allora provo un’altra riga.”
— “Va bene.”
Proviamo quella sopra.
Stessa scena, stessa coreografia: occhi strizzati, labbra strette, concentrazione degna di un quiz televisivo.
— “D… F… R… no aspetti… quella forse è una A… o una H…”
— “È una E.”
— “Ah. Beh… sì… uguale.”
Certo. Uguale.
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