Nel frattempo io osservo la scena con un’attenzione che non dedicavo così intensamente dai tempi delle interrogazioni a sorpresa. La mia torta è pronta, ma improvvisamente non ho nessuna fretta di andare via.
“Signora,” prova a spiegare la commessa, “le compriamo all’ingrosso. È una cosa che avrà un valore di pochi centesimi, non le vendiamo. Le mettiamo dentro a tutte le confezioni di torte di compleanno. Non saprei proprio cosa rimborsarle…”
La signora, imperterrita, stringe la bustina come se contenesse lingotti d’oro.
“Beh, veda lei: io ho guardato su internet e sono andata in Paolo Sarpi a vedere cosa può costare una cosa simile. Secondo me potete tranquillamente ridarmi 2,50€!”
E lì, giuro, ho visto l’anima della commessa uscire dal corpo per un secondo e poi rientrare con compostezza.
Nel frattempo torna l’altra ragazza con il mio ordine. Capisce subito che aria tira. Mi porge il resto, ma tiene l’orecchio teso come un radar.
“Due euro e cinquanta?” ripete, con quella voce sottile che precede la diplomazia forzata. “Signora, davvero… sono omaggi. Non hanno un prezzo di vendita.”
“Ma un valore sì! Io vi sto restituendo un bene integro, non utilizzato. Mi sembra corretto.”
A questo punto io comincio a sistemare il portafoglio con una lentezza teatrale. Apro, chiudo, riapro. Sistemo le monete per colore. Metto lo scontrino nella tasca sbagliata. Lo tiro fuori. Lo ripiego. Mi sento parte di un documentario naturalistico: La cliente e il suo habitat naturale.
Il batti e ribatti prosegue.
“Signora, capisco il principio,” prova ancora una delle due, ormai con un sorriso che è diventato pura ginnastica facciale, “ma non possiamo rimborsare qualcosa che non è stato pagato.”
“Ma io l’ho ricevuto con la torta!”
“Sì, come omaggio.”
“Appunto. Se non lo voglio, me lo rimborsate.”
La logica circolare ormai è perfetta, chiusa, inattaccabile.
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