Entra una signora subito dopo di me. Io ero già appoggiata al bancone, in attesa che una delle due ragazze finisse di confezionare il mio ordine — una torta bellissima, per inciso, con tanto di fiocchetto e scatola elegante. L’altra, con il sorriso professionale di chi ha già visto tutto ma spera sempre nel meglio, le si avvicina.

Così ho tutto l’agio di assistere alla scena.

“Buongiorno, vorrei restituire questa candelina. Non abbiamo avuto occasione di usarla.”
E porge, con gesto misurato, una bustina di plastica contenente una candelina minuscola e un numero 2 di plastica rosa.

La commessa la prende con due dita, come fosse una reliquia.

“Grazie, ma non doveva disturbarsi, è un omaggio!” dice sorridendo, con quella gentilezza che solo chi lavora a contatto col pubblico sa mantenere anche quando dentro sta già contando fino a dieci.

“Capisco, ma sa, ci siamo fatti preparare una decorazione apposta per la mia nipotina, con il nome e tutto. Molto più bella di questa. E non avremo certo occasione di usarla l’anno prossimo, perché ormai i due anni sono andati. Quindi gliela rendo, non mi serve.”

“Beh… grazie. È molto gentile…”

“Quindi quanto mi rende?!”

Silenzio.

“Come, scusi?”

“Sì! Le restituisco il prodotto che non è stato usato, mi aspetto un rimborso!”

La ragazza sbatte le palpebre un paio di volte, come quando il cervello cerca di capire se ha sentito bene.

“Ma signora, sono un omaggio… Non gliele abbiamo fatte pagare…”

“Beh, ma avranno un valore, no? Io ve le restituisco, credo mi spetti.”