Lavoro in negozio da abbastanza tempo da sapere che alcuni clienti non comprano un prodotto.

Comprano una trattativa.

Non importa che il prezzo sia già buono.

Non importa che sia in promozione.

Non importa che lo sconto sia già applicato.

Devono comunque provare.

Quel giorno una signora prende un articolo, arriva alla cassa e mi chiede il prezzo.

“Questo quanto viene?”

“29,90 euro, signora.”

Lei osserva il cartellino.

Poi osserva me.

E parte.

“Un po’ di sconto per me?”

Per me.

Come se fossimo vecchi amici.

Come se avessi una cassaforte personale sotto il bancone dalla quale distribuire sconti a simpatia.

“No signora, mi dispiace. È già scontato.”

Pensavo fosse finita lì.

Illusa.

“Dai su…”

Non era nemmeno una richiesta.

Era diventata una specie di supplica insistente.

“No signora, davvero, non posso.”

“Ma uno sconticino…”

“No.”

“Piccolo piccolo.”

“No.”

A quel punto provo a spiegare.

“Non posso fare sconti e non posso prendere decisioni del genere.”

Errore.

Perché quella frase, nella sua testa, non significava “fine della discussione”.

Significava soltanto “cercare un livello superiore”.