Ed io che nutrivo la speranza che in questo periodo di quarantena fosse venuto un po’ di buon senso al genere umano.
Lavoravo in un negozio di abbigliamento, uno di quelli con orari chiari, scritti belli grandi sulla porta: 9:00–13:00, 15:30–20:00. Impossibile non vederli. O almeno così credevo.
Ore 13:15. Saracinesca mezza abbassata, luci già dimezzate, io con un piede fuori e la fame che iniziava a bussare forte. Stavo già immaginando il pranzo quando, come nei film horror, dalla porta socchiusa spunta lentamente una testa.
“State chiudendo?”
Respiro. Sorrido. Professionalità.
“Sì signora, abbiamo chiuso alle 13, ma riapriamo alle 15:30.”
Lei annuisce. Pausa.
“Posso dare un’occhiata e provare qualcosa?”
E lì, dentro di me, due voci.
Una dice: “Di’ no. È finita. Vai a mangiare.”
L’altra, quella educata, quella che ti paga lo stipendio: “Ma sì, saranno cinque minuti…”
Errore.
“Va bene, ma velocemente eh, stiamo chiudendo.”
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