Era il 2017, l’anno del boom della moda vegana. E sia chiaro: tanto di cappello a chi è vegano davvero, con consapevolezza e rispetto. Il problema è sempre stato un altro tipo di cliente… quello “vegano per moda”, spesso più interessato a dirlo che a capirlo.
Io lavoravo in una caffetteria, uno di quei posti sempre pieni, sempre di corsa, con la macchina del caffè che sbuffa come una locomotiva e il bancone che non vede mai un attimo di tregua. Avevamo lanciato da poco una promo: cappuccino con latte di soia e cornetto vegano a un prezzo onesto. Andava forte. Troppo forte.
Una mattina entrano queste due clienti. Niente buongiorno, niente contatto umano, proprio entrano come se fossero già arrabbiate col mondo.
“Dacci due colazioni vegane.”
Così, secco. Nemmeno un “per favore”, ma vabbè, ormai ci avevo fatto il callo.
Annuisco, preparo tutto: cappuccini con latte di soia, cornetti vegani, bancone sistemato. Glieli porgo. Loro si siedono, iniziano a consumare. Io torno al mio ritmo, tra scontrini, tazzine e gente che entra.
Dopo neanche due sorsi, una delle due si blocca. Si irrigidisce. Mi guarda.
“SCUSA.”
Quel tono già prometteva male.
“Dimmi.”
“MA C’È IL CAFFÈ DENTRO IL CAPPUCCINO.”
Io la guardo un secondo. Penso sia una battuta. Non lo è.
24 Giugno, 2020 alle 9:03 am
Bella storia inventata. Rosica!