“Ecco qui.”

Lui paga con gesto deciso, infila la lampadina nella borsa come se avesse appena vinto una disputa accademica e se ne va, soddisfatto.

La porta si chiude con il solito tintinnio.

Resto qualche secondo a fissare il vuoto. Poi il mio collega, che ha assistito alla scena sistemando delle prese multiple, si avvicina.

“Ma gliel’hai data davvero?”

“Certo.”

“E non gli hai detto niente?”

“Gli ho detto tutto.”

Scoppiamo a ridere.

Il resto della mattinata passa tranquillo. Ogni tanto mi torna in mente la scena che si starà svolgendo a casa sua: lui che monta la lampadina con l’aria compiaciuta di chi ha rimesso al suo posto l’incompetenza altrui. La moglie che aspetta di vedere finalmente quella “bella luce calda accogliente” in salotto.

Click.

Un’esplosione di bianco chirurgico. Un’atmosfera da sala operatoria. Il divano beige che improvvisamente sembra grigio ospedale. Il gatto che socchiude gli occhi infastidito.

“Strano…” dirà lui, cercando un colpevole invisibile. “Forse è un difetto di fabbrica.”

Me lo immagino mentre prende la scatola. Legge 6500K. Legge “luce fredda”. Forse, per un istante, il dubbio lo sfiora. Forse no.

Verso le cinque del pomeriggio, la porta del negozio suona di nuovo.

È lui.

Tiene in mano la scatola. Non la agita più. Cammina con passo meno deciso.

Mi guarda. Io lo guardo.

“Buonasera.”

“Buonasera.”

Pausa.

“Era… un difetto.”

“Ah sì?”

“Sì, perché… ehm… faceva luce molto bianca.”