Io osservo in silenzio, con quell’espressione che dice: respira, è solo lavoro.

Dopo un tempo indefinito — ma che a me è sembrato un’era geologica — tornano alla cassa.
La bambina trionfante con due braccialetti.
La madre soddisfatta.

— “Questi due… e due pacchetti di Sigarette Argento.”

Io annuisco, passo tutto, faccio i conti.
— “Ok, il totale è 20 euro e 20.”

Silenzio.

Lei mi guarda come se avessi appena bestemmiato in chiesa.
Sgrana gli occhi.
Non accenna minimamente a prendere il portafoglio.

— “Ti sei sbagliata.”

Io, professionale:
— “Un attimo che ricontrollo.”

Riprendo tutto, lentamente, molto lentamente:
— “Allora: sei pacchetti di figurine a 70 centesimi l’uno… fanno 4 euro e 20.”
— “I due braccialetti: 2 euro e 50 ciascuno, totale 5 euro.”
— “Le sigarette: 5 euro e 50 a pacchetto, quindi 11 euro.”
— “Totale: 20 euro e 20.”

La guardo. Lei mi guarda. Non battiamo ciglio.

— “Ma per le figurine io spendo sempre 3 euro e 50.”

Respiro.
— “Sì, perché di solito prende cinque pacchetti. Oggi ne ha presi sei.”
— “Se vuole gliene tolgo uno.”

— “No, io li voglio tutti.”
Pausa.
— “Non capisco perché non spendo 3 euro e 50.”

E lì inizia la lezione di matematica non richiesta.

Io che conto sulle dita.
Io che scrivo i numeri sul blocchetto.
Io che ripeto sei per zero virgola settanta.
Lei che scuote la testa.
La bambina che prova a contare anche lei, ma si perde al tre.
Dietro di loro la fila cresce. Un signore tossisce. Una signora guarda l’orologio. Qualcuno sospira.