Per un paio di giorni sembrò funzionare.
Miccia viveva praticamente chiusa nella mia stanza, dormiva quasi sempre e lui non si accorse della sua presenza.
Finché una mattina, uscendo di corsa per andare al lavoro…
…non chiusi bene la porta.
Quella sera ricevetti una telefonata.
“Stasera sii a casa per cena. Dobbiamo parlare.”
Mi si gelò il sangue.
Quando rientrai trovai la porta della mia camera spalancata.
La lettiera era in bagno, le ciotole in cucina.
E Miccia era sdraiata sul divano…. come se abitasse lì da sempre.
Pensai: “Sono morta.”
Durante tutta la cena aspettai la sfuriata.
Invece niente.
Parlammo del lavoro, della casa, di tutto.
Tranne che del gatto.
Alla fine mi disse solo:
“Da domani cerca di essere più presente. Sparisci per giornate intere.”
Fine.
Per mesi non nominò mai Miccia.
Lei, nel frattempo, aveva deciso che il suo umano preferito non ero più io.
Era mio padre: gli dormiva in braccio, lo seguiva per casa.
Gli faceva le fusa ogni volta che si sedeva sul divano.
E lui…… faceva finta di niente.
Qualche mese dopo andai a vivere con il mio ragazzo.
Iniziai a preparare le mie cose.
Mio padre mi guardò e disse: “Il gatto resta qui.”
“Papà… è il mio gatto.”
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