“Tu vai a vivere in un monolocale. Lei qui ha una casa con il giardino. Non le rovinerai la vita.”
Miccia rimase con lui.
Ci è rimasta fino a diciassette anni.
Solo dopo la sua morte ho scoperto cosa fosse successo quel famoso giorno.
Quella mattina, mentre mio padre stava uscendo per andare al lavoro, Miccia era riuscita a uscire dalla mia stanza.
Gli si era strofinata contro una gamba in cerca di una carezza.
Lui, senza pensarci, l’aveva accarezzata.
Era salito in macchina.
Aveva fatto pochi chilometri.
Poi si era fermato.
“Un momento… ma noi non abbiamo un gatto.”
Aveva fatto inversione ed era tornato a casa convinto di esserselo immaginato.
Invece aveva trovato Miccia stesa sul divano, in un raggio di sole.
Come se quella fosse stata casa sua da sempre.
Era entrato nella mia camera.
Aveva visto lettiera, crocchette e tiragraffi.
Mi aveva telefonato furioso e l’idea era di darmi una “ciga” memorabile.
Poi si era seduto sul divano per calmarsi.
Miccia gli era saltata in grembo.
Aveva fatto tre giri su sé stessa.
Si era accoccolata.
Aveva iniziato a fare le fusa.
E da quel momento… non se n’è più andata.
Oggi sono passati tanti anni.
Mio padre ha cinque gatti.
Tutti raccolti dalla strada.
Ogni volta che ne trova uno in difficoltà, lo porta a casa e poi si da fare con le “gattare” per trovargli una sistemazione.
Io continuo a prenderlo in giro.
Gli dico che Miccia gli ha lanciato una maledizione.
Perché il cliente più difficile che abbia mai avuto…
…alla fine è stato anche quello che mi ha regalato la storia più bella.
Lo so che è un racconto diverso dai soliti di “commesso”… ma da commessa spesso leggo nei racconti una parte della mia vita e oggi… volevo condividere con voi questo piccolo pezzo.
Ciao Miccia, mi manchi!
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