“Ha capito benissimo.”

Provo a sorridere.

“Signora, guardi che questi dati li chiediamo a tutti.”

Peggio, molto peggio.

Perché nella sua testa quella risposta diventa la prova definitiva del complotto.

“So cosa vuole.”

“Mi creda, no.”

“Vuole il numero di mio marito.”

Nel frattempo il marito aveva assunto quell’espressione tipica di chi sta iniziando a sentirsi inspiegabilmente lusingato dalla situazione.

Io invece iniziavo a chiedermi come fossimo passati dall’iscrizione al miniclub a una puntata di una telenovela messicana.

“Signora, se preferisce può lasciarmi il suo numero.”

Errore.

Grave errore.

Perché la frase viene interpretata come un’ulteriore provocazione.

A quel punto interviene il marito.

E lì speravo che la situazione si chiudesse.

Invece no.

Con assoluta serietà rassicura la moglie spiegandole che non sono il suo tipo.

Poi aggiunge che, in fondo, non è colpa sua se le donne gli chiedono continuamente il numero.

Giuro.

Ha detto davvero una cosa del genere.

Io li guardavo entrambi cercando di capire quale dei due stesse contribuendo maggiormente al disastro.

La moglie però non aveva ancora finito.

Mi accusa di volerle portare via il marito, di voler mettere le mani sulla sua famiglia e conclude il tutto con una serie di insulti che preferisco non ripetere.

A quel punto la pazienza finisce.

Non per la gelosia.

Non per le accuse.

Nemmeno per l’assurdità della situazione.

Ma per gli insulti.

Così chiudo il modulo e rispondo con tutta la calma possibile.

“Signora, lei crede di avere accanto Jason Momoa, ma mi creda, il palo della luce qui davanti è più affascinante.”