Sono donna e lavoro come responsabile del miniclub in un villaggio turistico e, generalmente, il rapporto con i genitori è una delle parti più tranquille del lavoro.
Mi chiedono informazioni, spiegazioni sugli orari, sulle attività, compilano il modulo d’iscrizione e finisce lì.
Un pomeriggio arriva una coppia con il figlio.
Inizio a spiegare come funziona il servizio e, mentre parlo, mi rivolgo a entrambi come faccio sempre.
Dopo pochi minuti, però, noto che la signora sta cambiando atteggiamento.
Le risposte diventano sempre più secche, il tono sempre più infastidito.
Penso di aver detto qualcosa di sbagliato e continuo con ancora più attenzione.
Nonostante tutto decidono di iscrivere il bambino.
Così prendo il modulo.
“Perfetto, mi servono alcuni dati. Nome, cognome e data di nascita del bambino.”
Il padre risponde tranquillamente.
“Marco Rossi, nato il…”
Segno tutto e passo alle informazioni successive.
“Mi servirebbero anche il numero della camera e un recapito telefonico.”
A quel punto interviene la madre.
“E perché vuole sapere questi dati?”
Le spiego con calma che vengono richiesti a tutti i genitori, semplicemente per poterli contattare in caso di necessità.
Nulla di strano…. nulla di particolare.
Nulla che non venga fatto in qualsiasi struttura che si occupa di minori.
Lei però mi guarda con sospetto.
“Sì, certo.”
Resto in attesa.
“Ho visto come guardava mio marito.”
Silenzio.
Io, il marito, il bambino… perfino il ventilatore alle mie spalle sembrava essersi fermato.
“Cosa?”
31 Ottobre, 2020 alle 2:06 pm
Qui ci sarebbe stato benissimo un bel “MAVAFFANCULOVAH!” In pieno stile Anna Tatangelo a x factor.