Ancora nessuno.
Inizio seriamente a chiedermi se il cartello non attiri qualche spirito burlone.
Scendo.
Passano forse trenta secondi e mi squilla il telefono.
Guardo il numero: sconosciuto.
Rispondo.
“Pronto?”
Dall’altra parte una voce scocciata:
“Sono qua fuori dalla porta, mi aprite o no?”
Respiro.
“Arrivo.”
Risalgo, apro la porta e trovo una signora sui sessant’anni, braccia conserte, sguardo di chi sta aspettando dal 1987.
Appena mi vede sbotta:
“Alla buon’ora! Ho provato a bussare!”
La guardo, ancora un po’ confuso.
“Ma guardi che sono salito più volte e non c’era nessuno…”
Lei sbuffa.
“Eh, mica posso aspettare che lei faccia i suoi comodi. Stavo guardando la vetrina del negozio a fianco.”
E già lì senti quella vocina nella testa che ti suggerisce mille risposte inappropriate. Tipo: signora, se bussate e poi andate a fare il giro turistico del quartiere, è difficile beccarsi.
Ma sorrido.
“Prego, entri pure. Come posso aiutarla?”
Lei entra con passo deciso, guarda in giro due secondi e poi mi fa:
“Il negozio qua di fianco a che ora apre?”
Silenzio.
“Scusi…?”
“Eh, il negozio di fianco. Volevo sapere quando apre.”
La guardo.
Guardo la porta.
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