Negozio di telefonia.

Noi del personale entriamo sempre una decina di minuti prima dell’orario di apertura. È routine: alziamo la serranda, entriamo, richiudiamo dietro di noi e ci prendiamo quei pochi minuti per cambiarci, sistemare il banco, accendere i PC, controllare le pratiche del giorno prima. Niente di strano, niente di “aperto al pubblico”.

Anche quella mattina tutto normale. Entriamo, chiudiamo la porta a chiave e iniziamo a prepararci.

Dall’altra parte della strada, però, c’era una signora che evidentemente stava aspettando. Ci vede entrare e — nella sua testa — questo deve aver significato automaticamente: “sono aperti”.

Tempo qualche secondo e la vediamo avvicinarsi a passo deciso.

Prova ad aprire la porta.

Chiusa.

E fin qui, tutto regolare.

Ma invece di fermarsi, guardare l’orario esposto o semplicemente aspettare… inizia a spingere. Ma non una spinta normale: proprio con convinzione, come se la porta fosse difettosa e bastasse “insistere un po’”.

Noi da dentro la guardiamo, un po’ increduli.

“È chiuso…” diciamo tra noi.

Lei continua.