“Ah, quindi esistono pure le varianti. Come i deodoranti.”

“No, non proprio come i deodoranti.”

“E si mangia davvero? Cioè voi prendete delle uova di pesce, le fate seccare e poi le grattugiate sopra la pasta?”

“Sì.”

“Volontariamente?”

Confermo anche questo. Ormai stiamo parlando della bottarga come se fosse una pratica clandestina appena scoperta durante un controllo dei NAS.

“E nessuno ha mai detto: ‘Ragazzi, forse stiamo esagerando?’”

Gli faccio presente che viene considerata una prelibatezza.

“Anche mia zia considera una prelibatezza l’insalata con le banane e il tonno, ma non per questo la servono nei ristoranti.”

Inspiro lentamente con la stessa pazienza di una maestra d’asilo davanti a un bambino che ha appena infilato una matita nel naso, poi provo a tornare al motivo per cui sono lì.

“Allora, vuole ordinare i paccheri?”

“Dipende.”

“Da cosa?”

“Da cosa ci mettete dentro. Perché ormai non mi fido più. Magari apro il menu e leggo ‘paccheri terra e mare’ e dentro ci trovo vongole, bottarga, pancetta, kiwi e coriandolo.”

Gli assicuro che quei paccheri sono molto semplici: pomodorini, basilico e burrata. L’uomo socchiude gli occhi.

“La burrata cos’è?”

“Un formaggio.”

“Sicura?”

“Sì.”

“Perché anche sulla bottarga sembrava molto sicura.”

Dal tavolo accanto, un signore anziano abbassa lentamente il giornale e interviene con il tono grave di chi sente il dovere morale di difendere una tradizione nazionale: “La bottarga è buona. Il problema è che va capita”.