Il bar si svuota e si riempie di nuovo. Gente che entra, beve in trenta secondi netti, paga, sparisce. Un signore fa colazione, legge il giornale, se ne va. Una ragazza prende un cappuccino d’asporto, ne beve metà prima ancora di uscire.
Lui no.
Lui è sempre lì.
Seduto composto, schiena dritta, cappuccino davanti ormai tiepido, brioche che ha perso la fragranza iniziale. Sembra una natura morta.
Dopo venti minuti non resisto più. Mi avvicino al tavolo.
— “Tutto ok?”
Lui alza lo sguardo lentamente, come se lo avessi appena svegliato da una meditazione profonda.
— “Eh? Ah sì, sì. Stavo aspettando che si raffreddasse.”
Guardo il cappuccino. Ormai non è più caldo, non è tiepido, non è nemmeno bevibile. La schiuma è collassata su se stessa, il colore è triste, uniforme. Sembra un caffellatte dimenticato sul bancone durante un turno di notte.
— “Signore… ormai è freddo.”
Lui annuisce, sereno. Sorride. Prende la tazza con entrambe le mani e, senza esitazione, lo beve d’un sorso. Un gesto deciso, pulito, come se fosse esattamente quello che aspettava.
Poi addenta la brioche. Un solo morso. Finita.
Si alza, sistema la sedia con cura maniacale, si avvicina alla cassa. Io lo guardo, ancora leggermente confuso. Paga con calma, senza guardare il telefono, senza fretta.
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