Ci sono giorni in cui il bar è un posto tranquillo. Gente che entra, prende il caffè, paga e via. Una catena di montaggio umana, efficiente, prevedibile. Poi ci sono giorni in cui arriva quello. E capisci subito che non sarà una mattina normale.

Stamattina, sette e mezza spaccate, il bar è già pieno. Il solito casino dell’ora di punta: tazzine che sbattono, la macchinetta che sbuffa come una locomotiva a vapore, qualcuno che urla “un macchiato caldo!” da tre metri di distanza come se fosse un’informazione vitale. Io sono dietro il bancone, in modalità automatica, quando vedo entrare un tizio.

Non ha fretta. Ed è già un segnale inquietante.

Si piazza davanti al bancone, mi guarda con calma olimpica e dice, con tono rilassato:

“Un cappuccino e una brioche, grazie.”