Lavoro in una palestra un po’ fuori dall’ordinario. È nata per la riabilitazione e il benessere degli anziani, anche se abbiamo una zona pesi per chi vuole allenarsi sul serio.
Proprio per questo il regolamento è semplice: niente urla, niente pesi scaraventati, rispetto per chi si allena accanto a te.
Quel pomeriggio sto seguendo una signora sulla settantina. Il fisioterapista le ha prescritto stacchi da terra con venti chili, e lei li fa con una concentrazione che certi ventenni se la sognano.
Entrano quattro ragazzi.
In trenta secondi la sala cambia. Gridano, lasciano cadere i bilancieri facendo tremare il pavimento e si mettono a girare a torso nudo davanti agli specchi facendo pose e versi che sembravano usciti da un documentario sulle scimmie urlatrici.
Mi avvicino in modo educato e professionale.
“Ragazzi, vi chiedo di abbassare il tono e rispettare il regolamento.”
Quello più alto mi guarda come se avessi interrotto qualcosa di importante.
“Vaffanculo.”
Gli altri ridono.
Mi giro verso la signora. “Mi dispiace, dobbiamo interrompere un attimo.”
“Perché?”
“Devo sistemare una cosa.”
La mia idea è quella di avvisare Domenico (il titolare) perché non è uno che dice le cose 2 volte e io non posso permettermi di fare discussioni con i ragazzini durante le ore di lavoro.
La signora mi guarda, sorride e dice: “Ci penso io.”
Prima che apra bocca per dirle qualsiasi cosa, prende il bastone e si avvia verso i quattro con la stessa determinazione con cui aveva appena staccato venti chili da terra.
“Scusate, ragazzi…”
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