Ero alle prime settimane di tirocinio in una clinica veterinaria quando, durante una pausa pranzo, dal monitor delle telecamere vidi entrare una ragazza completamente vestita di nero. Indossava abiti aderenti, aveva il viso coperto da una specie di passamontagna e teneva in mano un trasportino.

La segretaria in quel momento non c’era, quindi rimasi a osservarla per qualche secondo cercando di capire se aspettasse qualcuno. Poi sentii miagolare più volte e pensai che il gatto nel trasportino avesse qualche problema.

Uscii dalla stanza e mi avvicinai.

“Salve, cosa succede?”

Lei mi guardò attraverso il passamontagna.

“Miao, miao, miao.”

Rimasi ferma qualche secondo, convinta di non aver capito. Abbassai lo sguardo verso il trasportino e vidi effettivamente spuntare il muso di un gatto. Almeno quello era vero.

“Ha bisogno di una visita per il suo gatto? Aveva un appuntamento?”

“Miao. Io sono un gatto. Miao, miao.”

A quel punto non sapevo più se dovessi continuare a parlare con lei, rivolgermi direttamente al trasportino oppure cercare aiuto. Scelsi la terza possibilità.

“Va bene, aspetti un momento. Chiamo un medico.”

Mentre tornavo nel corridoio, l’unica domanda che avevo in testa era: un medico di che tipo?

Raggiunsi il mio capo e provai a spiegargli che in sala d’attesa c’era una ragazza vestita da gatto, accompagnata da un gatto vero, e che entrambe miagolavano. Mi aspettavo almeno una domanda, invece lui mi guardò serissimo e disse con assoluta tranquillità:

“Accompagnala nello studio uno e aspettami lì.”

Obbedii, anche perché ero una tirocinante appena arrivata e non mi sembrava il momento giusto per discutere le procedure interne della clinica.

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