Mancano pochi minuti alla mia pausa pranzo quando una cliente raggiunge la cassa con 2 grosse buste piene di vestiti.
Lavoro in un punto vendita di una nota catena di abbigliamento che permette di restituire in negozio anche gli articoli acquistati online (una delle più famose in Italia). La procedura è abbastanza semplice: il cliente mostra il codice dell’ordine, noi controlliamo i capi e il sistema rimborsa automaticamente quanto è stato realmente pagato, compresi eventuali sconti, sul metodo utilizzato per l’acquisto.
La cliente apre l’app, recupera il QR code e io comincio il reso.
Dentro le buste ci sono più di 10 articoli: maglie, pantaloni, accessori e 2 giacche. Controllo che abbiano ancora cartellini ed etichette, poi passo tutti i codici uno alla volta.
Il sistema riconosce ogni articolo e calcola un rimborso complessivo di poco più di 400 €. Le spiego che la somma verrà riaccreditata sul metodo di pagamento utilizzato per l’ordine e che riceverà anche una conferma via email.
Le consegno la ricevuta del reso.
La guarda e cambia espressione.
“Perché mi rimborsate soltanto 400 €?”
Le rispondo che quella è la somma effettivamente pagata per gli articoli restituiti.
“No, è impossibile. Io per tutta questa roba ho speso più del doppio.”
Ricontrollo la ricevuta. Il numero degli articoli coincide e tutti i codici risultano acquisiti correttamente.
“Non manca nulla. Il sistema ha calcolato il rimborso in base ai prezzi presenti nell’ordine.”
“Ma guardi quanta roba ho riportato! Secondo lei tutto questo può valere soltanto 400 €?”
Non lo so. In quel momento, considerando il tempo che mi sta separando dal pranzo, quelle 2 buste cominciano ad avere un valore enorme anche per me.
Per sicurezza riprendo tutti i capi che avevo appena sistemato nel contenitore dei resi e li confronto uno alla volta con il documento appena stampato.
Lascia un commento