Molto arrabbiata.

Pretende di parlare con il responsabile, sostiene che l’abbiamo truffata e chiede il rimborso.

A quanto pare aveva aperto la zucca, trovato poca polpa, preparato comunque il risotto e scoperto che era amaro e immangiabile.

Vengo chiamata perché la signora racconta che ero stata io a servirla.

Arrivo e spiego nuovamente la situazione.

“Signora, le avevo detto chiaramente che quella zucca non era commestibile.”

“Non è vero!”

“Signora, me lo ricordo benissimo.”

“Lei non mi ha detto che non si poteva mangiare!”

“Le ho detto esattamente che non era commestibile. E c’era scritto anche sull’etichetta.”

A quel punto diventa paonazza.

Poi arriva la spiegazione.

“Eh, ma io pensavo che ‘Non Commestibile’ fosse la marca!”

Resto in silenzio.

Anche il responsabile.

Anche gli altri clienti in fila.

“Signora, non è una marca.”

“E allora dovevate scrivere che non si poteva mangiare!”

“È quello che significa.”

Lei continua a protestare ancora qualche minuto, ci dà dei ladri, annuncia che non metterà mai più piede nel supermercato e se ne va borbottando.

Noi siamo rimasti lì.

Ancora più confusi di prima.

Perché nella mia carriera mi era capitato di spiegare molte parole.

Ma non avrei mai pensato di dover spiegare il significato di “non commestibile”.