Quel giorno devo ritirare una raccomandata nella minuscola posta del paese, incastonata su una piazzetta che sembra ferma nel tempo. Arrivo a bomba con la macchina, parcheggio poco lontano e scendo con passo deciso, ignaro del protocollo che sto per violare.
Mi avvio verso l’ingresso e passo accanto a un gruppetto di persone del paese che stanno chiacchierando, rigorosamente in cerchio, rigorosamente fermi lì da chissà quanto. Saluto tutti con cordialità.
Risposta corale:
“Grunff-giorno.”
“Giorno… uff.”
Sguardi che mi passano addosso come scanner aeroportuali.
Tutto nella norma, penso. Sorrido e tiro dritto.
Entro nell’ufficio postale. Dentro c’è il silenzio tipico dei luoghi sacri. Nessuna coda. Solo una persona allo sportello che sta parlando con l’impiegata. Cosa abbastanza normale, vista la popolazione contenuta. Saluto, mi metto in un angolo e aspetto.
Non passano nemmeno tre minuti.
La porta si apre di colpo.
Compare un anziano, uno di quelli del gruppo di fuori. Mi guarda come se avessi appena rubato l’argenteria di famiglia e, a volume da piazza del mercato, dichiara guerra:
“GUARDI CHE C’ERAVAMO NOI PRIMA DI LEI. SIAMO QUI FUORI DA MEZZ’ORA. E CI HA PURE VISTI.”
Tonfo. Porta chiusa.
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