Supermercato.
Tre casse. Tre.
Non una giungla, non un labirinto di specchi, non una dimensione parallela: tre casse in fila, ben visibili, illuminate, numerate come la matematica insegna fin dalle elementari.
Una cliente sulla settantina si avvicina alla barriera casse.
Si ferma.
Si guarda intorno lentamente, con quell’aria smarrita che ti fa pensare che nella sua testa stia passando un pensiero del tipo:
“Ma cos’è qui?? Una sala da ballo??”
Oppure: “Dove sono finita?”
Io sono nella prima corsia, intento a rimettere a posto una cosa al volo. La vedo, la individuo subito, capisco che tra poco arriverà la domanda. Anticipo i tempi.
“Signora mi scusi, arrivo subito. Rimetto a posto una cosa e sono da Lei. Intanto carichi pure la merce sul rullo della cassa 2, per cortesia.”
Lo dico a distanza, sì.
Lo dico un po’ forte, sì.
Ma non arrogante, non scocciato: il classico tono da supermercato, quello che serve per superare bip, rumori, carrelli e la vita.
La risposta però arriva come una frustata.
“Va bene, va bene… ma certo che se non mi dice qual è la cassa 2 come faccio?! Me la invento??!”
E lì succede qualcosa.
La diplomazia, il buon modo, l’educazione che mi accompagnano da decenni si fermano un attimo.
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