“La batteria è disponibile,” rispondo. “Ma dovrebbe lasciarmelo almeno un paio di giorni per—”

“Scherzi?! Ho bisogno di un servizio express.”

Fa mezzo passo indietro verso l’uscita.

“Ci penso.”

E se ne va.

Resto fermo. Guardo il banco. Guardo la porta.
Mi volto lentamente, come nei film, cercando una telecamera nascosta. Un regista. Un applauso fuori campo.
Niente.

Torno nel retrobottega, cercando di convincermi che sia stato solo un dialogo surreale, una breve allucinazione da ipoglicemia pre-prandiale.

Ma la meraviglia umana non conosce confini.

Dopo quasi mezz’ora, il campanello suona di nuovo.
Stesso tono. Stessa insistenza. Stessa sicurezza morale.

Lei è sulla soglia, con un computer color antracite sotto il braccio.
Ora ho la certezza: non sto sognando.

“Questo è il computer.”

Lo dice come se fosse un’offerta sacrificale.

“Puoi farmelo adesso, vero? Riapri alle 15? No? Dai, lo fai ora. Io finisco il pranzo e vengo a riprenderlo. Anzi… facciamo per le 16, così hai un po’ più di tempo. Tanto è solo un aggiornamento, no?”

Quel no? finale è la ciliegina.
Non è una domanda. È una sentenza.

“Mi spiace,” rispondo con calma sovrumana, “se me lo lascia ora, correndo, può venirlo a riprendere domani nel tardo pomeriggio.”