Lavoro in un CUP sanitario.

Chiama una signora che vuole prenotare una visita specialistica, ma prima riesce a raccontarmi per diversi minuti quanto il medico che le hanno indicato sia lontano e quanto invece preferirebbe un altro specialista in una struttura diversa.

Quando finalmente riesco a inseririmi nella conversazione, le chiedo il numero della ricetta elettronica.

Da lì comincia una seconda avventura.

“Aspetti… forse è questo. Otto… no, nove… non ci vedo bene, è buio.”

Cerchiamo per diversi minuti di ricostruire il codice, finché finalmente il sistema riconosce la prescrizione.

Perfetto.

Solo che sul monitor non compare una visita specialistica.

Compare una radiografia.

“Signora, credo che mi abbia dato la ricetta sbagliata. Questa è per una lastra.”

Lei sembra sorpresa.

“E quindi?”

“Lei vuole prenotare una visita specialistica. Serve la prescrizione per quella visita.”

La risposta arriva serissima.

“Ah, perché non è uguale? Voi avete detto che serviva una ricetta e io la ricetta ce l’ho.”

Ed effettivamente, presa alla lettera, era difficile contestare il ragionamento.

Aveva una ricetta.

Era soltanto quella sbagliata.