La tipa intanto continua a guardarlo con gli occhi a cuoricino, convinta di essere a cena con uno che conosce gente importante.

Lui se la gode, allunga il collo ogni volta che lo chef passa in sala, gli fa ciao con la mano, lo chef risponde con un cenno educato e impersonale che userebbe con chiunque, ma lui lo interpreta come un’intesa segreta tra vecchi amici.

Arriva il momento del conto.

Glielo porto su un piattino, come da prassi. Lui lo apre, lo guarda, e la faccia gli cambia colore in tempo reale, come una di quelle app meteo quando arriva il temporale.

“Aspetta, ma lo chef di solito mi fa uno sconto.”

“Mi dispiace, signore, il conto è questo.”

“Digli che sono amico suo.”

“Si, signore, gliel’ho già detto.”

Silenzio. La tipa, che fino a un minuto prima lo guardava come un re, ora guarda il conto, poi lui, con un’espressione che sta lentamente virando da ammirazione a sospetto.

“Scusa, ma quindi da quando vi conoscete esattamente?”

“Certo che lo conosco,” dice lui, ma la voce gli è uscita un’ottava più alta del normale, e soprattutto non ha risposto alla domanda.

Paga e lascia anche una mancia da 5€ sul tavolo, credo più che altro per salvare un briciolo di dignità davanti alla tipa. Poi se ne va senza più salutare nessuno, tantomeno lo chef, che intanto è uscito di nuovo in sala per il consueto giro di saluti finali.

Lo chef mi guarda allontanarsi, poi si volta verso di me.

“Ma chi cazzo era quell’imbecille?”

Scrollo le spalle. “Resterà un mistero per sempre, immagino.”

“Speriamo solo che non torni,” dice lui, già con la testa rivolta verso una coppia seduta ad un tavolo.

A fine servizio ripensiamo alla cosa e restiamo lì un secondo, in mezzo alla sala vuota, a fissarci come due complici che hanno appena finito di recitare la stessa commedia senza essersi mai detti la trama.

Quella tipa, scommetto, oggi non sa ancora se è stata a cena con un amico dello chef o con un perfetto sconosciuto che ha solo voluto fare il figo per novanta minuti buoni.

E onestamente, neanche noi lo sapremo mai.