Chiedo venia, questa storia è un po’ lunghina, ma è la mia e credo che valga la pena leggerla tutta.

Lavoro come maître in un ristorante stellato, e devo dire che dopo anni in sala pensavo di aver visto ogni tipo di cliente. Spoiler: mi sbagliavo.

Entra un tizio, giacca blu, mocassini senza calzini anche se fuori ci sono dodici gradi, accompagnato da una tipa che diciamo che non era proprio il massimo del sobrio (chi ha orecchie per intendere…).

Lo chef, come fa sempre, esce in sala ad accogliere i clienti importanti della serata.

Il tizio lo vede arrivare, spalanca le braccia come se stesse per abbracciare un fratello tornato dalla guerra.

“Ciao grande!”

Lo chef si ferma. Lo guarda. Sorride, quel sorriso da professionista che ha imparato a non far trasparire nulla.

“Buonasera.”

“Quanto tempo, eh? Sempre uguale tu, non cambi mai!”

Lo chef continua a sorridere, ma io che gli sto a un metro vedo benissimo i suoi occhi che fanno la stessa identica domanda che mi stanno facendo a me: “e questo chi cazzo è?”

“Si accomodino, prego,” dice lo chef, guadagnando tempo come un giocatore di poker con una mano di merda.

Li accompagno al tavolo. Il tizio si siede, si guarda intorno come un sultano che ha appena conquistato la sala, e dice alla tipa, ad alta voce, perché la sentano anche al tavolo a fianco:

“Lo chef è un amico mio. Vedrai che stasera ci coccola.”

Lei sgrana gli occhi, visibilmente impressionata. “Ma davvero lo conosci?”

“Da una vita.”

Da una vita…..

Lo chef non lo ha mai visto in tutta la sua vita, di questo sono certo al cento per cento, perché appena è rientrato in cucina mi ha afferrato per un braccio.

“Chi cazzo è quello?”

“Pensavo lo conoscessi tu.”

“Io non l’ho mai visto.”

“Nemmeno io.”

Ci guardiamo per due secondi col terrore reciproco di chi ha appena capito che nessuno dei due sa chi diavolo sia il “vecchio amico” seduto al tavolo nove.

Torno in sala. Il tizio mi chiama con un gesto della mano, come si chiamerebbe un cameriere in una crociera del 1987.

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