Mi chiamo Dario, ho 34 anni e faccio il commesso.

O meglio: faccio ancora il commesso…. già perché tra qualche mese apro il mio studio di consulenza in comunicazione aziendale, il campo in cui mi sono laureato dieci anni fa.

Ma per un decennio intero il lavoro che mi ha pagato affitto, bollette, spesa e futuro è stato questo; un “semplice” commesso in un supermercato (seppur con un ruolo di vice responsabile di filiale).

Vi scrivo perché, come molti colleghi, leggo le storie qui su “commesso perplesso”, la maggior parte delle volte rido di gusto davanti alle assurdità e un paio di volte ho scritto anche io alcuni episodi che mi sono capitati.

Ad essere sincero però, c’è una cosa che mi fa davvero incazzare.

Quando sotto qualche storia leggo commenti tipo: “Impossibile l’abbia scritta un commesso, è scritta troppo bene.”

Come se vendere scarpe o lavatrici provocasse danni permanenti alla grammatica. Come se il lavoro decidesse quanti libri hai letto o quante frasi sai mettere in fila.

Io sono laureato, ma una mia collega di lauree ne ha due. Un altro parla tre lingue. Un altro ancora scrive racconti.

Eppure per certa gente siamo lo stesso identico blocco: “fanno i commessi”, quindi ignoranti.

La parte comica è che questa teoria arriva quasi sempre in un commento con tre errori, punteggiatura massacrata e il congiuntivo disperso chissà dove.

In dieci anni di negozio ho visto di tutto.

Clienti che litigano mezz’ora sul prezzo di un articolo che ha il prezzo scritto sopra. Gente che chiede lo sconto perché “oggi sono nervoso”. Uno che ha chiesto informazioni a noi perché a suo dire la scala mobile del centro commerciale era troppo lenta. Uomini fatti e finiti che urlano perché un prodotto esaurito è, appunto, esaurito. Persone convinte che il codice a barre sia un’opinione personale, negoziabile.