E nonostante tutto questo ho sempre fatto il mio lavoro con gusto. Perché dietro una cassa o uno scaffale conosci l’umanità meglio che in quasi ogni altro posto. Conosci gente splendida. Conosci gente assurda. Conosci chi ti ringrazia con gli occhi pieni di sincerità. E conosci chi ti dà dell’ignorante prima ancora di sapere come ti chiami.

Una volta uno mi disse, con la faccia di chi sta facendo un favore al mondo: “Tu fai il commesso, cosa vuoi saperne?”

Il bello è che gli stavo spiegando un argomento su cui all’università avevo appena fatto un esame. Ma non contava niente. Nella sua testa ero già stato classificato. Etichettato. Archiviato.

Ed è questo che ancora oggi mi resta sullo stomaco. L’idea che un lavoro umile faccia automaticamente di te una persona umile nel senso sbagliato. Fare il commesso è un lavoro umile, certo. Ma non ha niente a che fare con l’inferiorità.

Ci vogliono pazienza, autocontrollo, memoria, capacità di risolvere problemi al volo, gestione dello stress, doti relazionali, e una tolleranza al comportamento umano che andrebbe riconosciuta come disciplina olimpica.

E poi c’è un’altra cosa che pochi capiscono. Le storie che leggiamo online vengono corrette, sistemate, rese leggibili (come hanno sempre detto gli admin) e come è riportato all’inizio di questa pagina.

È normale.

Se cento persone raccontano lo stesso episodio, non scrivono tutte allo stesso modo, qualcuno rivede il testo perché si capisca. Lo hanno spiegato mille volte. Ma c’è sempre chi resta convinto che la prova della falsità di una storia sia che sia scritta bene.

Come se la punteggiatura fosse incompatibile col bancone. Come se sotto una divisa non potesse starci una persona istruita.

Quando sono stato assunto, il requisito minimo era il diploma. Non cercavano gente da piazzare sugli scaffali a caso. Cercavano gente capace di lavorare col pubblico. Che è una cosa completamente diversa e forse molto più dura di quanto sembri da fuori.

Tra poco lascio questo mestiere. Apro il mio studio, inizio un’altra vita. Ma non me ne vado con vergogna. Anzi.

Me ne vado con gratitudine.